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26 maggio 2012
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Happy 26th May Gooners!

Per gentile concessione di footballnovels

I

“Mi serve il miracolo del miracolo. La mia acqua non si deve solo trasformare in vino, deve diventare Château Margaux…”

Questo pensava George Graham mentre passeggiava nervosamente nel suo ufficio: mancavano ventiquattr’ore alla partita più importante della sua carriera e non poteva certo mostrare il minimo segno di paura a quei ragazzi là fuori che aspettavano con ansia le sue parole, cariche di speranza ed ottimismo; non poteva certo dire loro che – statistiche alla mano – era virtualmente impossibile battere il Liverpool ad Anfield, tantomeno con due gol di scarto; non poteva raccontare loro che superare i vari Hansen, Staunton, Nicol e Grobbelaar per ben due volte senza farsi infilzare da Rush, Aldridge e Barnes aveva la stessa possibilità di riuscita che attraversare l’Atlantico con il materassino. Soprattutto non poteva certo dire che dal 1974 ad oggi l’Arsenal non aveva vinto nemmeno uno dei tredici incontri giocati ad Anfield contro il Liverpool, pareggiandone appena due a fronte di undici disfatte – ventisette gol subiti ed appena due segnati.

Poteva solo sperare che nessuno dei suoi giocatori fosse a conoscenza di quell’agghiacciante statistica.

“Questi in casa hanno preso appena nove gol in diciotto partite, vengono da quattro vittorie di fila in cui hanno segnato dieci gol e ne hanno presi solamente due – come diavolo ne usciamo?”
Questo, rigorosamente sottovoce e nel chiuso nel suo ufficio, era quello che usciva dalla bocca di Graham, una sorta di esorcismo contro la paura di cadere ad un gradino dall’arrivo.

Con quelle parole voleva sputare fuori tutti i timori, espellere quel cattivo pensiero dalla sua mente e trovare il modo di caricare i suoi giocatori e convincerli – in qualche assurdo modo – che l’impossibile sarebbe divenuto possibile, poi probabile.

Decise che il modo migliore per affrontare il problema fosse guadare lentamente quel fiume oltremodo popolato di letali coccodrilli, un passo alla volta preoccupandosi solo di non farsi azzannare dopo pochi passi: si diresse negli spogliatoi dove i giocatori lo aspettavano, si mise al centro e iniziò a spiegare loro come avrebbero fatto l’impresa del secolo.

Non è facile convincere un calciatore che il modo migliore per vincere due a zero sia preoccuparsi sopra ogni cosa della difesa, tappare tutti i varchi agli avversari e aspettarli docilmente nei propri territori – ma fu quello che George Graham fece; era convinto che finire il primo tempo con un noioso zero a zero fosse la chiave giusta per poi poter aprire le porte della storia; era assolutamente certo che tenendo il Liverpool lontano dalla propria porta per i primi quarantacinque minuti i suoi avrebbero poi avuto la possibilità di colpire letalmente, senza lasciare spazio alla replica avversaria.

Graham era tutto l’opposto di uno sprovveduto e sapeva benissimo che la retroguardia del suo Arsenal non era inferiore a quella degli avversari; sapeva che Adams, Bould e O’Leary avrebbero costruito un fortino inespugnabile lungo il limite dell’area e sapeva altrettanto bene che Dixon e Winterburn avrebbero presidiato le loro corsie laterali con lo spirito dei generali romani e la dedizione dei samurai giapponesi.
Il suo piano era semplice, bastava fingersi inoffensivi per ingannare il nemico e colpirlo mortalmente quando meno se lo sarebbe aspettato.

Le sue parole non ebbero esattamente la presa che Graham si aspettava, soprattutto da parte dei giocatori più creativi come Merson e Rocastle, ma la fiducia incondizionata che il manager si era guadagnato negli anni convinse anche i più reticenti.
Il piano era stato approvato, i giocatori erano pronti a fare la propria parte fino in fondo e ora non restava che aspettare – il momento più complicato.

II

“Fottuta stampa!”
Graham era furioso per il titolo del Daily Mail, che recitava semplicemente “Non hai la minima possibiltà, Arsenal!” e non poté fare a meno di appallottolare quel tabloid e spedirlo dall’altra parte dell’ufficio mentre il suo assistente Theo Foley osservava la scena, ridendo rigorosamente di nascosto.

Non era stato l’inizio di giornata che sperava, quel venerdì sarebbe dovuto diventare leggendario ed invece iniziava con un bello sberleffo di quei simpaticoni dei giornalisti sportivi.

Mancavano poche ore alla partita della vita, Graham ripassava ancora e ancora cercando possibili falle nel proprio piano, assediato da dubbi e timori. All’improvviso si rivolse a Foley con una domanda a bruciapelo:

“stasera metto David nella posizione di libero, così Lee e Nigel potranno controllare meglio le fasce. Che ne dici?”

Foley esitò qualche lunghissimo minuto, poi con un cenno della testa approvò la scelta prima di aggiungere:

“Glielo hai già detto?”
“No.”
“E quando conti di farlo, un minuto prima dell’inizio?”
“Certo che no, per chi mi hai preso?! Sto solo cercando le parole giuste per dirgli che dalla sua prestazione dipende tutto il nostro campionato. Mica facile.”
“Non è fantastico essere un manager?”
“…”

Il calcio d’inizio si avvicinava, Graham continuava questo duello con sé stesso e tutte le proprie paure – che sembravano sempre sul punto di avere la meglio. Un sergente di ferro come lui non poteva certo rendere le armi a quel semplice groviglio di nervi che era il suo corpo.

Nell’intervista pre partita con la BBC, Graham sfoderò il suo migliore sorriso e dichiarò tranquillamente che tutta la pressione era sulle spalle del Liverpool, che il suo Arsenal era lì per giocarsi la partita e godersi l’opportunità di prendere parte un match di quel genere.
Disse testualmente “SPERIAMO che arrivino i gol che ci servono, sicuramente dovremo evitare di incassare gol il più a lungo possibile e allora potremmo anche avere una possibilità”.
Così, come se niente fosse.
Chissà se dentro di sé ci credeva davvero, ma a guardarlo da fuori veniva proprio da credergli.

“Signori, oggi qui in questo stadio voglio vedere uomini di acciaio; voglio vedervi lavorare l’uno per l’altro; voglio vedervi lottare dal primo all’ultimo minuto e voglio vedervi uscire da questo campo a testa alta e petto in fuori.

Teniamoci stretti lo zero a zero nel primo tempo, stiamo attenti a non concedere il minimo spazio a questi oppure ci fanno a fette: un solo errore e tutto il lavoro di un anno andrà in fumo; ricordatevi di tutti gli sforzi fatti finora, di tutto il sudore versato da voi e da quelli che vi stanno di fianco e non concedete nemmeno un millimetro al vostro avversario.

Guardatevi negli occhi quando sarete là fuori e pensate che oggi avete un appuntamento con la storia, con la leggenda; non succederà un’altra volta – deve succedere qui e oggi.
Ricordate chi siete, ricordate cosa avete fatto fino a qui e ricordate che siete l’Arsenal!”
Restarono tutti in silenzio per qualche istante, poi l’incantesimo fu rotto dall’arbitro che bussò alla porta degli spogliatoi: era ora di andare là fuori.

III

Il primo tempo filò via come uno di quei romanzi in cui attendi invano un colpo di scena che rompa l’esercizio di stile che lo scrittore ti ha imposto finora; come uno di quei film in cui l’eroe della storia esita e tentenna invece di prendere la situazione in mano e risolvere i problemi; come uno di quei pomeriggi in qui aspetti una telefonata che ti cambi la giornata e te ne stai lì senza far nulla, senza pensare, prigioniero dell’attesa.
C’è però una bella differenza rispetto a film e romanzi, che hanno il loro bel finale già stampato nell’ultima pagina alla quale tu sai che arriverai – presto o tardi: qui il finale può arrivare da un momento all’altro, come un colpo a tradimento può stenderti e lasciarti al tappeto senza che tu nemmeno te ne accorga.

Basterebbe che il cattivo del racconto o qualcuno della sua banda lasci perdere il pathos e le esitazioni tipiche dei cattivi dei romanzi e vada direttamente al sodo, dando il colpo di grazia all’eroe intrappolato; basterebbe che anziché lasciarsi andare a discorsi metaforici, battute sarcastiche e all’ autocompiacimento che di solito lasciano il tempo all’eroe per escogitare e mettere in pratica l’evasione perfetta, scelgano di finirla subito con il loro acerrimo nemico.

Ad onor del vero c’è stato un momento in cui il protagonista del nostro film sembrava sul punto di cambiare le sorti della storia: l’eroe aveva le improbabili sembianze di Steve Bould ed il suo colpo di testa sarebbe finito dritto in rete se non fosse stato per il salvataggio in extremis di Nicol, giusto sulla linea di porta.
Altro pathos, altre emozioni, altra adrenalina che a Graham proprio non servivano.

“Diavolo! Non aveva altro da fare che starsene su quella linea di porta?” urlava dentro di sè il manager dell’Arsenal, senza lasciar trapelare la benché minima emozione all’esterno.

Preso com’era a dare indicazioni a Dixon e Rocastle, imprecare contro Merson per un pallone perso e voltarsi ossessivamente verso la panchina, nemmeno si aspettasse di vedere spuntare sua maestà George Best tra Martin Hayes e Perry Groves, George Graham non aveva tempo di disperarsi per un’occasione mancata o per un contropiede pericoloso andato in fumo.

Doveva preoccuparsi che Tony Adams, David O’Leary e Steve Bould se ne stessero buoni buoni in difesa e restassero concentrati a controllare Rush, Barnes e Aldridge; un solo errore, un solo gol e tutto il suo piano sarebbe finito in mille pezzi, e addio sogni di gloria.

Meno di cinque mesi prima il Liverpool era sotto di quindici punti, lontano anni luce dai Gunners capolista e tagliati fuori dalla corsa per il titolo – come riferito da tutti i quotidiani sportivi d’Inghilterra e sottoscritto dai milioni di esperti da pub sparsi in tutto il Paese; com’era possibile che dal primo Gennaio di quel maledetto 1989 i ragazzi di Graham abbiano dimenticato come si vince, pareggiando e perdendo partite a raffica, mentre i Reds facevano esattamente il percorso inverso – non perdendo nemmeno una partita dall’inizio dell’anno?

George Graham stava pensando alla sgradevole sensazione che aveva provato quando l’arbitro aveva decretato la fine di Arsenal – Wimbledon, ufficializzando il pareggio e soprattutto il successivo sorpasso del Liverpool ai danni della sua squadra – e all’insieme di rabbia, delusione, impotenza che aveva sentito quel pomeriggio, quando fu riportato alla realtà dal fischio di David Hutchinson che decretava la fine della prima frazione ad Anfield, quel 26 Maggio 1989.

IV

A differenza di quel pomeriggio del 17 Maggio, tuttavia, questa volta George Graham rientrò negli spogliatoi entusiasta, nemmeno la squadra stesse già vincendo cinque a zero; i suoi giocatori, al contrario, sembravano abbattuti e rimuginavano all’unisono su quel pallone allontanato all’ultimo secondo da Nicol – quell’episodio che avrebbe potuto cambiare la storia.

Nessuno osava dirlo fuori dai denti, ma tutti in cuor proprio credevano che quei quarantacinque minuti finiti senza reti fossero la prova che l’impresa era davvero troppo ardua; bucare l’ermetica difesa dei Reds per ben due volte era già difficile in novanta minuti, figuriamoci in metà del tempo.

“Hey Rocky, questa volta è proprio andata, vero?”, disse sottovoce Merson a Rocastle.
“Già Mersy, già” rispose Rocastle, che non sapeva se stava pronunciando quelle parole per scaramanzia o per davvero.

Fortunatamente Graham non li sentì, troppo occupato a congratularsi a gran voce con i suoi ragazzi: quel suo entusiasmo, contagioso per quanto ingiustificato, si appiccicò lentamente alla pelle dei vari Richardson, Alan Smith e compagnia fino a convincerli che quel pazzo tutto contento per un primo tempo finito zero a zero avesse davvero un piano.

“Siete stati grandiosi!” – gridò Graham ai suoi – “ora che abbiamo imbrigliato la loro manovra andiamo là fuori e finiamo il lavoro! Lee, Nigel ora vi voglio vedere spingere come delle furie su quelle fasce! Mersy e Rocky, cercate subito Alan non appena avete il pallone e seguite l’azione – mettetegli il pallone su quel testone e andate a prendervi le sue sponde!”

George Graham faceva fatica a riprendere fiato tra un suggerimento e l’altro, saltava da una parte all’altra dello spogliatoio e non si fermava un secondo.

“Tony, David e Steve: ogni pallone che spiove nella nostra metà campo è roba vostra, teniamo Rush e Aldridge lontani dall’area di rigore e apriamo subito verso l’esterno non appena recuperiamo il pallone”, o ancora “Thomas e Richardson, voi fate la guardia al centrocampo e non fate passare nemmeno l’aria, niente deve superare quella linea bianca! Lasciate Rocastle e Merson ad accompagnare l’attacco, non voglio vedervi mollare la posizione, chiaro?”

Michael Thomas fece un cenno con la testa, con quella sua aria sempre assente, ma dentro di sè sapeva già che avrebbe disubbidito: i tifosi lo odiavano ed amavano allo stesso tempo, quel suo incedere apparentemente senza meta per il campo non aveva molti estimatori, esattamente come quei suoi piedi non proprio delicati che spesso rovinavano azioni promettenti con un passaggio sballato o un tiro impreciso; Thomas aveva però un cuore grande, si era fatto tutta la trafila nelle giovanili dell’Arsenal pur essendo tifoso sfegatato degli Spurs e non aveva mai risparmiato la benché minima energia quando indossava la maglia dei Gunners.

Graham gli ripeté le ultime indicazioni una seconda volta, sperando che almeno una delle sue parole restasse impressa nella mente di Thomas – anche se sapeva benissimo che le speranze di successo erano proprio poche.

Per qualche strano incantesimo, i giocatori dell’Arsenal rientrarono in campo galvanizzati come se avessero scoperto la formula perfetta per l’impresa; le parole ispirate di George Graham avevano fatto breccia nei loro cuori, liberandoli da paure e scoramento: i Gunners iniziarono immediatamente a mettere pressione alla retroguardia del Liverpool, pressando i centrocampisti e sfruttando appieno le cavalcate di Lee Dixon e Nigel Winterburn sulle corsie esterne.
Proprio come aveva detto Graham.

Dopo nemmeno sette minuti dalla ripresa del gioco il difensore Whelan stende Smith vicino all’area del Liverpool, spostato sulla sinistra; l’arbitro accorda un calcio di punizione di seconda, come da regolamento, e Nigel Winterburn pennella un bel cross in piena area di rigore.

Niente di trascendentale, intendiamoci, un bel cross ma niente di più, però la palla sorvola le teste di Nicol e Staunton, fuori dalla loro portata.
E Grobbelaar non esce dalla porta.
Alan Smith allora annusa l’opportunità e si fionda in direzione del pallone. Il tocco è leggero, preciso, chirurgico.
Un decimo di secondo di silenzio, poi il boato.

UNO A ZERO Arsenal!

V

I giocatori del Liverpool restano immobilizzati, a metà tra sgomento e rabbia.
McMahon e i compagni si scagliano contro l’arbitro e lo costringono a consultare il proprio guardalinee, evocando un fuorigioco.
No aspetta, una spinta di O’Leary in area.
No, in realtà il gol è chiaramente da annullare perché Smith non ha toccato il pallone.
No, il gol è da annullare punto e basta – non era previsto.

L’arbitro invece convalida il gol, la panchina dell’Arsenal può finalmente esplodere di gioia e lasciarsi andare ad un’esultanza smodata – tutta tranne Graham, tranquillamente seduto in panchina come se tutto fosse ampiamente previsto.

Come se lui questo libro l’avesse già letto, come se questo film l’avesse già visto.

Quel gol sembrava avere aperto una voragine nei cuori dei giocatori di Kenny Dalglish, mentre aveva donato le ali a quelli dell’Arsenal, galvanizzati da quell’indizio improvviso che convalidava l’improbabile profezia di quella volpe di George Graham.

A metà tra cautela e arrembaggio, l’Arsenal continuò a premere alla ricerca del gol dell’apoteosi, senza però dimenticare la spada di Damocle che pendeva sulle loro teste: una sola disattenzione e uno qualsiasi dei giocatori vestiti di rosso avrebbe potuto tagliare il sottile filo che trattiene a fatica la mitologica spada e decretare la fine di tutto.

A metà del secondo tempo, tuttavia, arriva l’episodio che potrebbe segnare in maniera definitiva le sorti della partita: Alan Smith controlla un pallone lungo, lo protegge dal pressing del suo marcatore e lo appoggia a Merson, appostato al limite dell’area; il numero undici pensa per un secondo al tiro, poi sceglie di passare il pallone all’accorrente Richardson che imbecca un liberissimo Michael Thomas in piena area di rigore, a pochi passi da Grobbelaar e dalla gloria.

Controllo perfetto.
Tiro fiacco e centrale da meno di dieci metri.
Grobbelaar ringrazia, la gloria alza i tacchi e se ne va imprecando – come tanti dei tifosi londinesi presenti ad Anfield.

Quel silenzio assordante che ha riempito il tempo tra il controllo di Thomas ed il successivo tiro, carico di speranza da una parte e angoscia dall’altra, viene rotto dal grido di disperazione che esce contemporaneamente dalle bocche dei Gooners, tifosi dell’Arsenal, assiepati alla sinistra della porta di Grobbelaar e pronti a far esplodere la festa una seconda (e decisiva) volta.

L’esultanza sfrenata dei tifosi del Liverpool, dall’altra parte, rende l’idea della paura che ha invaso i supporter di casa e quell’errore così grossolano sembra liberarli dall’angoscia, svegliandoli da quell’incubo così tremendamente realistico.

I restanti venti minuti trascorrono lentamente, carichi di speranza sia da una parte che dall’altra, tra coloro che auspicano una sorta di miracolo e quelli che pregano soltanto perché l’arbitro fischi la fine il prima possibile.
All’improvviso un pallone di Barnes pesca John Aldridge in una fetta di campo estremamente pericolosa, l’attaccante controlla bene il pallone e alza gli occhi per controllare la posizione di Lukic prima di trafiggerlo con una conclusione precisa.

Gol del Liverpool, fine della storia.

“È stato bello crederci”, pensava tra sé e sé Paul Merson dall’altra parte del campo, “ci siamo andati veramente vicini”.
Quanto può essere crudele arrivare così vicini all’impresa e poi vedersi strappare via la gioia dalle mani?
Non lo so, ma in quel momento lo sanno sicuramente l’elegante Adams, il vecchio O’Leary e le sue ginocchia malandate, lo sa anche il clown Merson e lo sanno altrettanto bene gli infaticabili Dixon e Winterburn. Lo sanno anche tutti quelli che sono arrivati fino a Liverpool e stavano credendo ad un miracolo sportivo, prima di essere svegliati di colpo dalla caduta della spada di quel Damocle che proprio non ne ha voluto saperne di levarsi di torno.

“Be’ almeno usciremo di qui a testa alta e petto in fuori, come voleva il boss”, chiuse la sua riflessione Merson.
Magra consolazione, non fosse per il fatto che il primo assistente di Hutchinson, Geoff Banwell, se ne sta fermo immobile lungo la linea laterale, la sua bandierina gialla alzata al cielo o lo sguardo fisso e imperturbabile davanti a sé.

Fuorigioco – gol annullato.

Il frastuono di Anfield si placa d’improvviso, sostituito dal giubilo dei tifosi ospiti che sono stati resuscitati da quella benedetta bandierina gialla, nemmeno fosse una sorte di Sacro Graal; si riparte con una punizione per l’Arsenal e una manciata di minuti da giocare; sono gli ultimi, determinanti minuti della stagione 1988/1989, una stagione pazza e maledetta: la stagione del disastro di Hillsborough e delle 96 vittime e gli oltre 300 feriti di quell’assurdo incidente; la stagione in cui il carneade 24enne Steve Bull, in forza ai Wolves che militano in terza divisione, segna la bellezza di 53 gol e si guadagna la chiamata in Nazionale, quella dei grandi.

Quando manca un minuto alla fine della stagione più folle della storia della First Division, il centrocampista dell’Arsenal Richardson crolla a terra vittima dei crampi e la partita viene interrotta per permettere i soccorsi del caso.

Steve McMahon dà un’occhiata all’orologio e vede che la partita è davvero agli sgoccioli, guarda i compagni intorno a sé e vede la fatica, li vede allo stremo delle forze e allora li raggiunge uno ad uno:

“Un minuto, manca solo un minuto”
“Non molliamo adesso, non molliamo adesso! Un solo minuto”
“Tieni duro ancora un solo, maledettissimo minuto!”

Lo ripete allo sfinimento, forse cercando di convincere prima di tutti sé stesso.

L’ultima azione di quella pazza partita è un’accozzaglia di rimpalli, rinvii svirgolati, passaggi troppo lunghi e soprattutto un dribbling di troppo da parte di John Barnes, fermato dal redivivo Richardson che appoggia il pallone al portiere Lukic.

L’azione non è ancora finita però, il pallone rotola verso Lee Dixon sulla destra che lo spara lontano, alla ricerca di Alan Smith; il centravanti l’addomestica con un tocco aggraziato e poi lo passa verso il corridoio centrale, nel quale sta correndo Michael Thomas.

Tra tutti quelli cui Smith avrebbe voluto affidare il pallone che potrebbe valere un’intera stagione, l’ultimo era sicuramente Thomas: infatti il primo controllo del centrocampista è a dir poco approssimativo, Steve Nicol sembra pronto a chiudere il varco all’ultimo, disperato attacco dell’Arsenal ma il suo tocco genera un rimpallo imprevisto, che sbatte contro l’inconsapevole Thomas e lo proietta inaspettatamente a tu per tu con Grobbelaar.

“It’s up for grabs now!”

L’occasione questa volta è davvero irripetibile, e relativamente comoda.
Non fosse che bisogna fare i conti con i piedi ruvidi del numero 4 dell’Arsenal.
Non fosse, tra l’altro, per quel precedente di una ventina di minuti prima: stessa posizione (circa), stesso avversario, stesso finale.

No, questa volta no: la puntata sgraziata di Thomas inganna Grobbelaar e s’infila docile in fondo alla rete.
Due a zero per l’Arsenal, delirio totale allo stadio e soprattutto nella panchina dell’Arsenal; l’importanza del momento la tradisce un particolare, ovvero George Graham che scatta in piedi e si lascia andare ad una mezza esultanza, così inusuale.
Troppa emozione, troppa tensione, troppa gioia per poterla contenere e mantenere quell’espressione concentrata e impassibile.

Anche per colui che aveva già letto questo libro, anche per colui che aveva già visto il film.
Anche per George Graham.

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6 Comments


  1. Valerio

    Da brividi, mi vien da piangere a leggerla… Anfield 89 <3


  2. Luca

    Episodi come questi ci ricordano che tifiamo per un club assolutamente fantastico e mai banale. Proud to be a Gunner!


  3. Massimo

    Un racconto bellissimo…una miriade di emozioni..grazie andrea per questo bel regalo


  4. Non c’è di che, è un piacere condividere certe emozioni con altri Gooners! Magari potreste fare un regalo a me iscrivendovi (gratis) a http://www.ClockEndItalia.com per ricevere novità e approfondimenti sul più grande Club al mondo!


  5. TheMethod

    A dir poco commovente… Da brividi, davvero. Grazie di cuore, Andrea.


  6. Ali

    Sto leggendo anche l’altro racconto su www. footbalnovels.blogspot.com lo consiglio vivamente agli appassionati di calcio e non…



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