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18 luglio 2011
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THE GREAT SEASON REVIEW – Part three

Se è vero che una squadra vincente non può prescindere da una difesa solida e ben costruita, rimane pur fuori da ogni dubbio che il centrocampo sia il centro nevralgico di ogni partita. Non è un caso che, nella maggior parte delle volte, le sfide particolarmente più equilibrate si risolvano proprio nella zona mediana del campo. E l’Arsenal, nella sua tradizione passata e recente, ha sempre ottenuto risultati importanti, grazie al lavoro dei suoi migliori interpreti di quel reparto.

Se poi consideriamo gli ultimi 10 anni, quelli in cui si vinceva in Premier League (arrivando anche a stradominarla con gli Invincibles), si capisce bene che, in fondo, la grande percentuale di successi non fosse derivante esclusivamente da coincidenze, quanto dal fatto di poter contare su un centrocampo di qualità assoluta, tra i più forti del globo terrestre. Gente come Vieira in cabina di regia, come Petit o Gilberto Silva in fase di interdizione, giocatori come Overmars, Pires e Ljungberg sulle fasce… Insomma, difficile trovare di meglio in giro. Qualità immensa, unita ovviamente ad inevitabile efficacia: seppur ben messi in attacco, i centrocampisti offensivi sopra citati erano comunque in grado di andare spesso in doppia cifra, tra assist e goal.

Wengèr ha continuato a puntare sulla linea della qualità a centrocampo, ma è chiaro che, vedendosi costretto ad usare risorse più limitate, il livello di forza della propria mediana sia ridimensionato. Molte “promesse” non sono state mantenute (parlo di giocatori), così come qualche “senatore” non è stato in grado di tornare ai propri livelli. Ma vediamo nel dettaglio, di analizzare l’andamento stagionale dei nostri centrocampisti, come fin qui abbiamo fatto.

DIABY: E con questo sono ben cinque anni e mezzo con la maglia dei Gunners. Una carriera decisamente sproporzionata rispetto al contributo offerto alla causa, dal nostro Abou. Va bene il fatto di doversi guadagnare il posto nei confronti di colleghi più titolati. Va bene anche l’infortunio, spaventoso, che nel 2006 ha rischiato di comprometterne persino le capacità di deambulazione. Ma essere giunti a questo punto, dopo più di un lustro dal suo approdo nel nord di Londra, e considerarlo ancora un potenziale valore aggiunto, no, non credo vada bene.

Nel corso della stagione, Diaby, ormai venticinquenne, non ha avuto molte chance per mettersi in mostra. Per una discreta percentuale, la motivazione cardine di una così scarsa quantità di presenze in campionato, è dovuto al suo stato fisico perennemente condizionato da infortuni, acciacchi e problemi fisici, che non gli hanno mai permesso di mettere insieme più di due presenze consecutive. Un fattore parecchio limitante che, se unito alle sue lacune tattiche, lo rendono difficilmente proponibile come regular starter del tecnico alsaziano.
Spesso e volentieri, addetti ai lavori e non, lo hanno giustificato, adducendo, come causa della sua mancata maturazione, il fatto di non esser mai stato schierato nel suo vero ruolo.

Ma quale può essere il vero ruolo di Diaby? Wengèr, che ha sempre amato giocatori duttili e versatili, lo ha proposto inizialmente come trequartista, per poi farlo giocare in fascia, sulla corsia di sinistra. Infine, lo ha provato nelle vesti di centrocampista centrale, sia difensivo che di impostazione, ma il risultato è stato sempre lo stesso. Nonostante il fisico impressionante, una classe notevole e delle movenze che ricordano comunque Vieira, l’ex centrocampista dell’Auxerre si è dimostrato anche quest’anno pigro, lezioso e inconsistente, portandomi personalmente a pensare che il problema non sia il ruolo. E dopo tutto questo tempo (e direi dopo tutta la fiducia concessagli) è forse giunto il momento che Diaby cominci a ritrovare la sua giusta dimensione. Una dimensione che, mi spiace ammetterlo, non pare essere qui, all’Arsenal Football Club.

FABREGAS: Perfino un cieco noterebbe che si tratta dell’autentico punto di riferimento di tutta la squadra. E la differenza, quando lui non c’è, si sente parecchio. Anche quest’anno, in cui Cèsc Fabregàs, il Capitano, non è stato al meglio delle sue possibilità, la differenza si è fatta sentire. Si parla di uno dei migliori registi di centrocampo attualmente in circolazione. Che, avendo ancora 24 anni, possiede discreti margini di miglioramento. La stagione appena conclusa non risulta tra le sue annate migliori. Ma non mancano episodi che lo vedono assoluto protagonista.

Addirittura prima di iniziare il campionato. La lunga telenovela che lo vede disperatamente alla ricerca di un approdo al Barcellona, si scioglie come neve al sole, al termine della sessione estiva di calcio mercato. Fabregàs conferma la sua voglia di guidare l’Arsenal da capitano, prima smentendo i vergognosi media catalani e internazionali, poi impegnandosi sul campo, a suon di buone prestazioni. Nel 6 a 0 che affonda lo Sporting Braga nel girone di Champions League, Cèsc è autore di una gara stupenda, con tanto di doppietta. Una grande performance, che riuscirà a replicare contro il Chelsea in campionato (segnando il goal del 2 a 0) e contro il Barcellona, nella gara di andata (impostando il contropiede micidiale che porterà al goal di Arshavin).

A partire dal match di ritorno contro i catalani (giocato in precarie condizioni fisiche), rimedierà un infortunio che andrà a condizionarne l’intera parte finale del campionato, contribuendo (con la sua assenza forzata) a quello che sarà poi il calo di tutta la squadra. Un andamento calante nel finale, anche a causa di un Mondiale giocato fino alla fine, e meritatamente conquistato.
Se da un lato il valore di Fabregàs è per tutti indiscutibile, dall’altro bisognerà capire quale sarà la volontà del giocatore di partecipare al progetto Arsenal. Un progetto che, ruotando intorno a lui, non può fare a meno della sua massima dedizione. Dipendesse da me, non mi priverei mai di un giocatore di questo livello. Ciònonostante, Wengèr e, con lui, la dirigenza, devono riuscire a capire quali siano le intenzioni di Cèsc, ora che il Barcellona è tornato alla carica per riportarlo a casa.

Qualora si decidesse di cederlo, sono d’accordo nel farlo SOLO per la giusta cifra. E al momento, quello che offre Rosell (30 milioni di euro) mi sembra inadeguato, per non dire offensivo, nei riguardi di un giocatore simile, oltre che dell’Arsenal. Mi rendo conto che non sarà un lavoro facile, per carità. Ma arrivati a pochi giorni dall’inizio del ritiro estivo (con tanto di tour e preparazione in vista dei preliminari di Champions), mi pare sacrosanto pretendere che la situazione venga sistemata al più presto possibile. Ricordando al signor Fabregàs (e in generale a tutti), che l’Arsenal Football Club non è un punto di passaggio. Semmai è un punto di arrivo. Chiedere ai signori Reyes, Hleb, Adebayor, ecc…

ROSICKY: Alla stessa stregua della celebre Carmen Sandiego, che fine ha fatto Tomas Rosicky? Quando si parlava di “senatori”, il riferimento non era poi così puramente casuale. Non nego (non l’ho mai fatto) di essere uno dei suoi più grandi estimatori. Me ne innamorai calcisticamente fin dal primo momento, in occasione di quel lontano Arsenal – Sparta Praga (4 – 2), nella fase a gironi di Champions League, nel 2000: Tomas realizzò un goal strepitoso al 90′ inoltrato, a seguito di una serpentina “mozzafiatante”, regalandosi la standing ovation di buona parte del popolo di Highbury.

Ho continuato a seguire le sue magie al Dortmund, dove faceva segnare caterve di reti a Jan Koller con semplicità assurda. Ho festeggiato nel vederlo approdare in maglia biancorossa, ma la sua carriera con i Gunners non ha portato i risultati sperati. Giusto il tempo di ambientarsi ad un calcio diverso, ad un ruolo diverso (Arsenio lo spostò dal ruolo di trequartista puro, a quarto di centrocampo a sinistra), ed eccolo incappare nel più bizzarro degli infortuni muscolari. Uno stop di oltre 18 mesi, dopo il quale, il “piccolo Mozart” non tornerà mai più quello di prima. All’inizio della stagione 2010/2011 completa la sua prima fase di preparazione atletica dopo la sua lunga assenza. E’ finalmente possibile vederlo a pieni ranghi e, in virtù di ciò, giudicarlo con la massima obbiettività.

Per la verità, il numero 10 della nazionale Ceca, parte abbastanza bene. Le fasi iniziali del campionato, lo vedono spesso protagonista di buoni sprazzi di qualità e quantità sulla trequarti. Il suo ingresso nel secondo tempo ad Anfield, alla prima stagionale, cambia la partita: riesce a fare la differenza con la sua tecnica e con l’assist finale che vale il rocambolesco goal del pareggio.

Guadagna la fiducia di Wengèr, che a sua volta lo promuove titolare in un paio di occasioni (tipo a Londra, contro il Blackpool, o a Belgrado, nel girone di Champions), ma la percezione è che il suo livello di impatto sulla partita sia progressivamente calante. Il tecnico alsaziano ne varia spesso la posizione tattica. Talvolta interno di centrocampo, al fianco di Fabregàs e davanti ad un pivot (Song). Altre volte come regista avanzato, davanti a Song e Wilshere. Oppure, infine, come esterno offensivo all’occorrenza, nei tre d’attacco, indifferentemente a destra o a sinistra. Insomma, si tenta il tutto per tutto, ma alla fine, Rosicky non riuscirà ad avere la stessa efficacia, oltre alla brillantezza, del periodo di Settembre 2010. C’è da dire, a sua parziale discolpa, che l’ex trequartista dello Sparta Praga, non ha quasi mai avuto modo di esprimersi nel suo ruolo di suggeritore, dietro le punte. La sua posizione di interno, in una mediana a tre, o addirittura di esterno in un tridente, non ne favoriscono il rendimento. E’ pur vero che l’Arsenal, soprattutto quello di Wengèr, è abituata a richiedere estrema duttilità ai propri interpreti.

Il tutto senza rinunciare minimamente alla qualità. Fredrik Ljungberg era una seconda punta, adattata a quarto di centrocampo. Ne conosciamo i risultati sportivi. Lo stesso dicasi per Pires. Senza voler scomodare campioni veri, lo stesso Hleb, che giocava dietro due punte a Stoccarda, non ebbe problemi a fare l’esterno destro. L’elenco potrebbe continuare, ma mi fermo qua.
Per quanto riguarda Rosicky, beh, non so quanto di positivo possa portare la sua presenza all’Emirates. Riserva di lusso? Non direi, se poi il suo apporto si traduce in passaggi sbagliati e tanta corsa a vuoto.
Visto e considerato che il lavoro di Wengèr consiste, oltre alla fase tecnica, nel gestire il budget e le risorse economiche del Club, forse sarebbe il caso di dare uno sguardo a tutti gli stipendi “onerosi”, che gravano sul bilancio (un tema tanto caro all’Alsaziano) senza apportare benefici in termini sportivi. Magari non si risolve il problema, ma almeno puoi permetterti di gestire meglio le richieste di chi davvero meriterebbe un ingaggio ritoccato, ed evitare di perderlo a parametro zero.

NASRI: Lo avevate capito? Ebbene si. L’allusione era (fortemente) voluta e indirizzata al fantasista francese.
La sua stagione inizia con una brutta tegola, una lesione al menisco che lo costringerà ad un intervento, con conseguente stop di oltre 30 giorni. Il timore di una lunga convalescenza e di postumi pseudo-rosickyiani è forte, ma viene subito spazzato via da un ritorno in grande stile del giovane centrocampista ex OM. E’ una crescita lenta, ma costante e graduale. Sia che giochi da mezz’ala sinistra, sia che interpreti il ruolo di vice-Fabregàs, il talento transalpino si fa trovare sempre pronto, e non è un caso la sua presenza tra i migliori dei suoi, nel pagellone di fine partita.

La sua incisività permette ai Gunners di rimontare l’uno a zero di Zigic, subito in casa contro il Birmingham, nel mese di Ottobre. Giusto un mese dopo, diviene il protagonista di un bel duello al Goodison Park, contro l’acclamato terzino inglese Baines, in una bella vittoria per 2 a 1; duello in cui il laterale difensivo di Capello ne uscirà letteralmente distrutto. Ancora, sempre a Novembre, devasta la difesa dei Villans, al Villa Park, scambiando molteplici volte il suo ruolo, cambiando posizione in campo e regalandosi uno spettacolare goal, con volée di destro che infila Friedel all’angolino basso.

E’ la sua stagione più prolifica, anche dal punto di vista realizzativo. Nel derby di dicembre contro il Fulham, diviene l’indiscusso Man of the Match, costringendo addirittura il tecnico dei Cottagers a sostituire il terzino scelto per il gravoso compito di marcarlo. E, manco a dirlo, segnando una doppietta meravigliosa, con due goal pazzeschi, più assoggettabili alle discese di Gustav Thoni nello slalom gigante, che ad una mera azione calcistica. Una continuità realizzativa, unita chiaramente ad eccellente qualità delle sue performance, che lo portano indiscutibilmente a contendersi il titolo di Premier of The Season, in lizza con il fenomeno gallese Gareth Bale.

Ma non solo. Samir Nasri diviene il nuovo idolo dei Gooners (che esprimeranno il loro amore nei suoi confronti dedicandogli un coro ad hoc), nonchè giocatore simbolo della rinascita Arsenal in senso stretto. Un ulteriore punto di riferimento, un ulteriore fuoriclasse in grado di far la differenza nelle partite importanti e di pescare il proverbiale coniglio dal cilindro. Sono in molti a sognare la scoperta di un degno custode dell’eredità di Pires. C’è pure chi travalica i sogni e le fantasie più indicibili, scomodando paragoni ben più pesanti (c’è chi grida all’anti-Messi) e, solo per questo, arrivando ad irretire i palati dei più saccenti paladini dell’estetismo calcistico. Bla bla bla. E’ in realtà di unanime giudizio, la considerazione che Samir Nasri sia diventato un nuovo giocatore simbolo dell’Arsenal di Arsene Wengèr. Un giocatore classe 1987, finalmente esploso (anche se non del tutto) ai livelli che ci si aspettava, già in tempi non sospetti, durante le prestazioni messe in atto al Veldrome.

Ma, allo stesso tempo, un giocatore talmente incastonato nella realtà Gunneriana, da non riuscire a svincolarsi dalla crisi universale che imperversa in tutta la squadra, a partire dagli inizi dell’anno nuovo. Incapace di ergersi a ruolo di trascinatore dei suoi compagni, Nasri finirà per essere coinvolto nel turbine di sfiducia che bloccherà l’Arsenal a partire dalla disfatta di Wembley contro i Brums. Ovviamente, lungi da me il non precisarlo, tutto questo non può in nessun modo togliere dei meriti al contributo offerto nella prima parte di stagione dal francese. Anzi. Proprio in virtù di quanto il suo apporto sia stato decisivo, val la pena pensar bene a cosa possa significare il dover rinunciare ad un giocatore così.

Mentre scrivo, Nasri è ancora alle prese con la delicata questione del rinnovo contrattuale. Bene o male, tutti noi sappiamo come stanno le cose. Il ragazzo va in scadenza l’anno prossimo, l’offerta dell’Arsenal è buona, ma come spesso accade, ce ne sono di migliori (vedi Manchester City). Wengèr ha fatto capire di non essere intenzionato a cedere il suo campione, nè a Mancini, nè ad altri. Ma nello stesso tempo, non ha dato conferme sul rinnovo del contratto. In altri termini, se dovesse restare, al 99% lo perderemo a parametro zero, l’anno prossimo. Mi chiedo seriamente se tutto ciò ne valga la pena. Così come per Clichy, la faccenda andava gestita molto prima ma, ora è inutile tergiversare.

Dipendesse da me, accontenterei la richiesta economica sull’ingaggio del giocatore (ovviamente, andando a tagliare gli ingaggi non più necessari, dopo un’attenta valutazione) e farei il possibile per blindarlo. Qualora ciò non fosse fattibile, mi accontenterei (si fa per dire) dei venti milioni offerti dagli sceicchi, e li reinvestirei sul mercato (Hazard, Mata, ecc ecc). Lo perderemmo comunque, è vero, ma non sarebbe più facile sostituirlo con 20 milioni cash, anzichè con zero? Eppure a sentire Wengèr, non sembra essere di questa opinione. Per lui il giocatore non si muove, il rischio di perderlo, come successe con Flamini, vale la pena di correrlo. Tanto chi ci rimette non è lui. Tanto qualunque cosa dica, o faccia, ci sarà sempre chi gli darà ragione. Anche in questo caso.
Incrociamo le dita.

DENILSON: Parlando di ingaggi inutili, quello del brasiliano è con tutta probabilità, il primo nome che ci viene in mente. Dopo 5 anni di Arsenal, questo atipico centrocampista brasiliano è rimasto nella sua mediocrità latente, senza mai impressionare, se non per la sua fastidiosissima lentezza. L’età, ancora giovane a dire il vero, non può comunque giustificare un quinquennio piatto e privo di significativi miglioramenti.

Non che Wengèr non abbia provato ad esaltare le doti di questo giocatore. Denilson Pereira Neves nasce come centrocampista centrale, più indirizzato alla fase di costruzione, che a quella di distruzione del gioco. A seconda delle necessità, Arsenio lo adopera sia sulla corsia destra di centrocampo (con risultati disastrosi), sia nel mezzo, ad affiancare il Fabregàs della situazione. Nemmeno in quello che è considerato il suo ruolo naturale, però, il brasiliano riesce ad incidere. Per quanto ritenuto un “good passer”, Denilson si rivela macchinoso e spesso inadatto al gioco tutto in verticale della squadra londinese. Prova a migliorare nella fase di recupero dei palloni, ma a poco serve se buona parte di quelli persi portano la sua firma.

Passano gli anni, ma le cose non cambiano. Con l’avvento in prima squadra di giocatori come Ramsey, acquisito dal Cardiff, e di Wilshere, per Wengèr ci sono maggiori possibilità di scelta a centrocampo, e conseguentemente, per Denilson lo spazio diminuisce drasticamente. Da un primo quasi incredibile impiego da titolare (specialmente dopo la perdita di Flamini), il brasiliano passa a diventare una riserva, senza tuttavia riuscire a lasciare il segno nelle poche occasioni concessegli. La sensazione è che anche il buon Arsenio si sia reso conto che non è il caso continuare a riporre speranze nel centrocampista numero 15. Lo stesso brasiliano ha ammesso il desiderio di giocare con più continuità. La fine di questa saga potrebbe presto concretizzarsi, con il ritorno in Brasile del giovane Neves. Uno scenario sicuramente più adatto rispetto all’Arsenal o, in generale, alla Premier League.

SONG: Durante la scorsa stagione, era stato uno dei giocatori più sorprendenti in termini di rendimento e continuità. Una autentica scoperta, da giocatore insignificante, a pilastro fondamentale del centrocampo dei Gunners. Sarà che si tratta dell’unico vero incontrista nella rosa, dotato una certa statura e di un certo peso.

Ma i progressi fatti da Alexandre Song, restano comunque sotto gli occhi di tutti. Non è un giocatore che brilla per tecnica, o per velocità di esecuzione. Non lo è mai stato. Ma le sue doti di centrocampista difensivo si sono affinate, e non di poco. Grande presenza, spirito di sacrificio, e quantità da vendere: sono gli ingredienti perfetti, che lo hanno reso un buonissimo giocatore, tuttora indispensabile negli equilibri tattici wengeriani. Il suo inizio di stagione è stato in effetti sulla falsa riga della precedente annata. Poi, e non si è ancora capito il motivo, il tecnico alsaziano ha cominciato a dargli licenza di offendere, e di inserirsi a ridosso della linea degli attaccanti (come se non avessimo uno schema abbastanza offensivo).

Il risultato non è stato spesso all’altezza della situazione. Anzi. In più di un’occasione, la spinta propositiva di Song, ha lasciato la retroguardia dei Gunners priva di copertura, determinando una relativa facilità, da parte degli avversari, di concretizzare il proprio contropiede. Il centrocampista nazionale del Camerun rappresenta, difatti, l’unico giocatore a protezione della difesa, fra i 3 centrocampisti disponibili. E raggiunge la sua massima efficacia quando si limita a fare ciò che sa fare meglio: contenere, recuperare palla e distribuirla agli attaccanti. Stop.

Se si concentra sul suo compito, può davvero diventare tra i migliori nel suo ruolo in Premier League. Se dovesse insistere nel proporsi in avanti (ed insistere con azioni che non rientrano nel suo bagaglio tecnico), potrebbe invece arrecare grossi danni alla nostra stabilità difensiva. A Wengèr il compito di utilizzarlo al meglio delle proprie possibilità. A 23 anni, il tempo non può che giocare a favore del giovane Song.

RAMSEY: La stagione 2010/2011 è una buona occasione per rivederlo, con immensa gioia, su un campo da gioco, dopo il terribile infortunio provocatogli da Shawcross. Il suo campionato si limita a qualche comparsata, successiva ad un breve periodo in prestito al Nottingham Forest prima, e al Cardiff City (suo club nativo) poi.

Il suo rientro sul palcoscenico calcistico coincide con il rientro in Nazionale maggiore, dove il tecnico Speed, gli concede l’onore della fascia di capitano. Davvero niente male. Non contento, corona il suo rientro all’Arsenal segnando il goal della vittoria contro lo United, in una partita fantastica, dove è stato capace di non far sentire la mancanza del capitano. Insomma, Aaron Ramsey è un giocatore da tener d’occhio, e non solo per le qualità tecniche. Con una intera fase di preparazione atletica alle spalle, sarà interessante vedere quante e quali alternative potrà fornire al centrocampo dell’Arsenal, per la stagione 2011/2012. In bocca al lupo, Aaron.

WILSHERE: La nota più positiva dell’intero campionato sta nella consapevolezza di aver creato un altro campione. Owen Coyle è pronto a fare carte false pur di convincere Arsenio a rinnovare il prestito del centrocampista diciannovenne. Ma l’alsaziano ha ben altri piani in mente per il giovane Jack. In primis, la ferma volontà di trasformarlo in uno dei punti di riferimento della squadra. Wilshere non si perde in chiacchiere, e dopo un inizio difficile, comincia ad impressionare il suo manager e i tifosi, fino a guadagnarsi la maglia da titolare nel centrocampo dell’Arsenal.

Pur essendo un trequartista capace di adattarsi a giocare sugli esterni, vista la grande agilità di movimento, Wengèr gli propone il ruolo di centrocampista centrale, al fianco di Cèsc Fabregàs. Una sfida non da poco, che Jack sarà comunque in grado di accettare e vincere, a suon di prestazioni convincenti (emblematica quella in casa contro il Barcellona, in cui viene eletto Man of the Match) e grinta da vendere.
Nonostante si tratti di un trequartista dotato di classe sopraffina e di rara intelligenza calcistica, Jack Wilshere impressiona ancor di più per la personalità, la tempra e l’energia che lo contraddistinguono, partita dopo partita. E’ quasi sempre il più piccolo in campo, e non solo in termini di età, eppure il giovane Jack non si tira mai indietro quando c’è da affondare un tackle, o quando si necessita di un raddoppio di marcatura. Energia pura.

Qualunque sia l’andazzo della partita, è puntualmente l’ultimo ad arrendersi. Tutte queste qualità non passano inosservate nemmeno agli occhi di Capello, che lo rende parte integrante della nuova Nazionale Inglese, impegnata a conquistare la qualificazione per il mondiale di Brasile 2014. Per il resto, non c’è molto altro da dire.

Il futuro dell’Arsenal, oltre che della Nazionale dei Three Lions, giace nel magico piede sinistro di questo ragazzo, eletto all’unanimità PFA Young Player of the Year e incluso nella PFA Team of the Year. E’ attorno a lui che va costruito il nuovo Arsenal Football Club.

Angelo Acanfora

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3 Comments


  1. marco

    a mio parere cè da lavorare parecchio a centrocampo:tra giocatori non all’altezza come rosicky e denilson,che per fortuna se ne va,e giocatori con la valigia (cesc e nasri)cè il rischio di dover rifare buona parte del reparto.Qualcuno sa niente sul futuro di lansabury?torna e sarà inserito stabilmente nel first team?


  2. TheMethod

    Ciao Marco. In linea di massima, non ci sono novità, ma stando ad alcuni report inglesi, per Lansbury dovrebbe configurarsi un nuovo prestito al Norwich, sempre che Wengèr sia d’accordo. Vi aggiorneremo nonappena ci saranno sviluppi! Cheers! ;)


  3. Benjamin Trotter

    Se parliamo di centrocampo a me interessa rilevare soprattutto un aspetto: per come la penso, credo ci sia da fare un discorso generale su quella che è l’impostazione con la quale Wenger schiera la nostra linea mediana. A centrocampo abbiamo giocato, infatti, nella passata stagione, con tre centrocampisti; di questi tre due hanno caratteristiche maggiormente offensive (Fabregas e Wilshere) ed uno solo è schierato con compiti che sono esclusivamente di copertura (Song). Beh, io credo che questa impostazione porti la squadra ad essere eccessivamente scoperta, tenuto conto anche di altri fattori: per esempio l’assoluta mediocrità dei nostri centrali difensivi, la poca predisposizione dei nostri attaccanti a rientrare, il fatto che lo stesso Song, in assenza di un ricambio, non può correre per tutti garantendo un alto rendimento per una stagione intera. Una volta ricordo che esposi queste mie perplessità sul forum, ma Method mi fece giustamente notare che, vista l’assenza di giocatori di quantità in rosa, era meglio giocarsela sulla qualità. Ritengo avesse ragione, ma ora credo sia ora, anche sotto questo aspetto, di modificare qualcosa; siccome stento a credere che Wenger voglia (o possa) spendere molte sterline per costruire una difesa di ferro, allora penso sia ora di costruire un centrocampo un po’ più solido. Magari mi sbaglio e conviene mettere in campo tutta la qualità e la fantasia possibile a discapito della solidità, ma penso che un tentativo vada fatto.
    Naturalmente, anche per questo, dovremo attendere per vedere come vanno a finire le questioni Fabregas e Nasri.
    Per il resto nulla da aggiungere, in linea di massima concordo con quanto scritto dall’ottimo Method nella sua accurata analisi.



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